La sofferenza oltre il termine: la realtà degli Hikikomori
Mio babbo mia ha complicato la situazione perchè non capiva la mia sofferenza, o mi insultava o mi diceva che per forza devo tornare a lavorare che se tornavo a lavorare tutto si risolveva ma, in realtà non è cosi
La confessione di Alessandro descrive una realtà dolorosa: l’abisso dell’incomprensione generazionale di fronte al disagio mentale giovanile. Spesso, la sofferenza profonda e i sintomi depressivi vengono liquidati con l’imperativo di “tornare a lavorare” o “darsi da fare”, ignorando che il ritiro sociale — oggi frequentemente etichettato con il termine Hikikomori — è in realtà il segnale visibile di disturbi e traumi ben più complessi e radicati.
Ecco un testo che descrive questo muro di incomunicabilità, richiamando la visione e le analisi che lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ha espresso più volte riguardo al mondo dei ragazzi e alla crisi della funzione genitoriale.
Il Muro del Silenzio: L’Incomprensione che Isola
Il grido silenzioso di un ragazzo che si isola dal mondo si scontra troppo spesso con un muro di cemento armato: la totale incapacità degli adulti di decodificare la sofferenza. Quando Alessandro racconta che il padre, davanti al suo dolore, rispondeva con insulti o con la formula magica “torna a lavorare e tutto si risolve”, fotografa la più grande tragedia relazionale dei nostri tempi. È l’illusione pragmatica e cinica della vecchia generazione, convinta che il disagio psichico sia solo “pigrizia”, “mancanza di volontà” o un capriccio da superare con il dovere quotidiano.
Come ha più volte sollevato Paolo Crepet nelle sue riflessioni sui giovani, la nostra società ha smesso di ascoltare. C’è un’incomprensione sovrana che regna nelle case: da un lato genitori che non hanno gli strumenti emotivi per accogliere il crollo dei figli, dall’altro ragazzi che sprofondano nell’oscurità. Il lavoro, la scuola, le scadenze sociali non sono la cura; sono, al contrario, quei palcoscenici da cui questi ragazzi fuggono perché non riescono più a reggerne il peso e le aspettative asfissianti.
Oltre l’Etichetta di “Hikikomori”
Oggi si usa con facilità il termine Hikikomori per descrivere il fenomeno del ritiro sociale volontario. Tuttavia, questa parola rischia di diventare un’etichetta riduttiva. Come emerge dalle storie come quella di Alessandro, dietro la porta chiusa di una cameretta non c’è solo un rifiuto del mondo esterno o una dipendenza da internet. C’è una depressione grave, una frammentazione dell’anima, un dolore clinico e profondo
che l’occhio distratto di un adulto scambia per semplice ribellione o apatia.
- L’insulto come difesa: Il genitore che insulta o minimizza non fa che difendere se stesso dal proprio senso di fallimento. Non capendo il sintomo, attacca il malato.
- La colpevolizzazione del sintomo: Dire “se torni a lavorare tutto passa” significa non capire che il blocco lavorativo o scolastico è l’effetto del disturbo, non la causa. Chiedere a un ragazzo gravemente depresso di produrre è come chiedere a una persona con una gamba spezzata di correre una maratona.
- La solitudine raddoppiata: Il dramma vero non è solo stare male, ma stare male sapendo che le persone che dovrebbero proteggerti vedono in te solo una delusione o un problema da “aggiustare” in fretta.
Finché la sofferenza emotiva verrà trattata come una colpa o come un problema di "mancanza di polso", il fossato tra genitori e figli diventerà sempre più profondo. I ragazzi continueranno a chiudersi alle spalle le porte delle loro stanze, non per pigrizia, ma per mettersi al riparo da un mondo adulto che esige performance ma rifiuta l'ascolto.