Dolore invisibile

È terribile pensare che a 19 anni si possa mettere fine a una vita che non è ancora cominciata. Questo è inaccettabile. Una società in cui una ragazza non trova lo spazio per gridare il proprio dolore è una società orrenda. A qualsiasi età, ma soprattutto da giovani, non ci si toglie la vita per un motivo qualunque. Quel gesto è solo l’ultima goccia che ha fato traboccare un vaso già colmo di solitudine e incomprensione probabilmente.

Troppo spesso scambiamo l’atto finale con le cause profonde. L’ultimo atto può essere un brutto voto, un’interrogazione andata male, un esame saltato o la paura del giudizio dei genitori. Ma quella è solo la scena finale di un film; il problema vero è tutto il resto della pellicola che è andata in onda prima. Sono parole di Paolo Crepet.

La scuola e il coraggio di ascoltare

iò che è accaduto a questa ragazza a Milano dovrebbe diventare, già domani mattina, il tema di un compito in classe. Se lo facessimo, gli insegnanti scoprirebbero che moltissimi ragazzi vivono una condizione simile. Forse è proprio per questo che i docenti a volte hanno paura di affrontare l’argomento: leggendo quei temi emergerebbe una realtà sommersa. Molti giovani provano lo stesso dolore, anche se non arrivano a compiere quel gesto estremo. Per togliersi la vita serve una forza disperata; è un atto complesso, nato da una sofferenza enorme che nessuno ha saputo intercettare

Intervista a Paolo Crepet per La7 Attualità

Siamo tutti troppo distratti. Ci accontentiamo di risposte superficiali: “Come stai?” “Bene.” “Ok, si va avanti”. Invece fallire è la cosa più normale del mondo. Il problema non è la caduta, ma la capacità di rialzarsi, e soprattutto il capire chi ti aiuti a farlo. Chiunque abbia un sogno ha provato la fatica di vederlo fallire; chi non sogna, vive in un limbo. Il nostro compito collettivo deve essere quello di intercettare la sofferenza altrui. I ragazzi devono sapere che il dolore va comunicato: con le parole, con il silenzio, con un urlo o persino con un passo di lato. L’importante è non arrendersi.

L’iperconnessione e l’indifferenza

Siamo nel XXI secolo: abbiamo la tecnologia per comunicare istantaneamente con l’altro capo del mondo, ma non riusciamo a parlare con il compagno del banco accanto, con il vicino di casa o con chi abita al piano di sotto. Che mondo è questo? Viviamo tutti isolati davanti a uno schermo, incapaci di scuotere chi ci sta vicino e chiedergli semplicemente: “Cosa ti succede?”. Questa indifferenza è puro egoismo, ed è la stessa indifferenza che genera le guerre.

Non dobbiamo arrenderci. Dobbiamo parlare e urlare, perché qualsiasi cosa faccia impazzire dal dolore merita di essere ascoltata e compresa da tutti. Non possiamo e non dobbiamo avere paura delle paure degli altri.