Tutti erano all’oscuro di tutto,caso di Miriam Indelicato.

Vita in diretta

Studentessa trovata morta: doveva laurearsi oggi – 17/04/2026

Il peso del silenzio: quando l’università diventa un vicolo cieco

Ogni anno le cronache accolgono, nel silenzio interrotto solo dal dolore, storie identiche a quella di Miriam. Ragazzi e ragazze brillanti, gentili, apparentemente sereni, che scelgono di compiere l’ultimo, tragico gesto proprio nei giorni che avrebbero dovuto sancire il loro trionfo accademico. Dietro la festa pronta, i parenti in viaggio e gli abiti scelti per la laurea, si nasconde spesso una realtà parallela: una carriera universitaria interrotta, esami non superati e un percorso inventato per proteggere – o proteggersi da – lo sguardo degli altri.

La trappola della performance e il mito del successo

Viviamo in una società che ha trasformato l’istruzione in una gara di velocità. I giovani respirano un’aria satura di retorica del successo, dove finire in tempo e con il massimo dei voti sembra l’unico modo per avere valore.

  • Il sacrificio economico: Nelle università private o per gli studenti fuorisede, il peso dei costi sostenuti dalle famiglie diventa un debito morale devastante.
  • La paura di deludere: Il desiderio di ricompensare gli sforzi dei genitori si trasforma nell’angoscia assoluta di mostrare un fallimento.
  • La cultura del merito esasperata: Chi rallenta si sente invisibile o difettoso, dimenticando che l’apprendimento ha tempi soggettivi.

Perché si nasconde la verità?

La decisione di nascondere la fine del percorso universitario non nasce dalla volontà di ingannare, ma da un profondo senso di solitudine e vergogna. Quando si perde il primo esame, o ci si iscrive fuori corso, si crea una piccola crepa. Se non si trova uno spazio sicuro per parlarne, quella crepa diventa un baratro.

  • L’effetto valanga: Una bugia tira l’altra per rimandare il momento del confronto, fino a quando la data della finta laurea arriva e il muro di finzione crolla.
  • L’isolamento emotivo: Esternamente tutto appare normale – sorrisi, gentilezza, studio apparente – ma dentro si consuma un isolamento totale, in cui il voto definisce l’identità stessa della persona.

Una società da rifondare: la vita vale più di un titolo

Le parole disperate dei genitori di fronte a queste tragedie sono sempre le stesse: “Della laurea non ci importava nulla, volevamo solo nostra figlia”. Questo dimostra il cortocircuito drammatico di questa situazione: i ragazzi muoiono per paura di un giudizio che, nella maggior parte dei casi, l’amore dei genitori non avrebbe mai espresso.

Una società che porta un giovane di vent’anni a preferire la morte alla confessione di un esame mancato è una società che sta fallendo nei suoi doveri fondamentali. Non si può accettare che l’università sia un luogo di selezione spietata anziché di crescita.

Come spezzare il cerchio

Per evitare che altre vite si spezzino nell’ombra, è necessario un cambiamento radicale:

  • Normalizzare il fallimento: Sbagliare, fermarsi, cambiare facoltà o metterci più tempo deve essere considerato normale e parte del percorso.
  • Potenziare il supporto psicologico: Le università devono offrire sportelli d’ascolto accessibili, privi di stigma e integrati nella vita studentesca.
  • Scindere il voto dal valore umano: Un libretto universitario misura solo la preparazione in una materia, non il valore di una persona, né il suo diritto a essere amata e felice.

Nessun traguardo accademico, nessuna aspettativa sociale e nessun sacrificio economico varranno mai più della vita e del benessere psicologico di uno studente.