Io sono Antonela e ho la depressione.

Questo video descrive il peso opprimente di uno stato di profonda depressione. Non si tratta di semplice tristezza, ma di un dolore invisibile che paralizza l’anima e il corpo. Condividiamo questa testimonianza per stimolare una riflessione profonda e scardinare i classici comportamenti di incomprensione che circondano chi soffre.Siamo infinitamente riconoscenti al giornale Croato per questa intervista. In soli 30 minuti, il filmato racchiude un’enorme quantità di informazioni fondamentali per tutti, ma destinate in modo particolare ai genitori.Con questi testi son un mix di comportamenti utili come anche comportamenti da evitare per non creare un disaggio ancora più grande per chi la soffre.

Giornate vuote e pensieri costanti

Le mie giornate durante la fase più acuta della depressione sembravano apparentemente normali, ma erano scandite da un pensiero fisso ogni mattina: “Non voglio vivere, non voglio essere qui, niente ha senso”. Questo malessere profondo ha radici lontane. Circa 12-13 anni fa ho confessato a mia madre per la prima volta di voler morire. Lei pensò a un pensiero passeggero, di quelli che capitano a tutti, ignorando che per me fosse un’idea costante e sempre più frequente.

I segnali d’infanzia sottovalutati

La mia infanzia non è stata felice, segnata anche dal bullismo subìto alle elementari. Fin da piccola mostravo segnali precoci di un disagio profondo, ma venivo liquidata semplicemente come una bambina “troppo emotiva” o “con la lacrima facile”. Una volta io e mia madre siamo andate da uno psicologo, ma la situazione venne scambiata per una normale crisi legata alla pubertà e tutto si concluse lì.

Le montagne russe e il vuoto

Per un periodo sono stata bene, ma poi sono sprofondata completamente. Piangevo ogni giorno, non volevo alzarmi dal letto e non trovavo la forza nemmeno per fare una doccia. Il mio unico obiettivo era non esserci. Fisicamente ero presente, ma mentalmente ero completamente altrove, disconnessa da tutto.

Hai tutto, perché sei depressa?

Per quello che ho, perché fino ad ora la sento spesso dire: “Non sei felice”: beh, hai questo, hai quello, tutto è materiale, quindi hai una famiglia, quindi hai un appartamento in cui vivi, quindi hai un lavoro, hai un’università da cui ti stai laureando e continui a elencarlo a te stessa, tipo: “Ho questo, ho questo, ho questo, come faccio a non essere felice”, così da quel punto di vista pensi davvero: “Cosa c’è che non va in me? Come faccio a non essere felice?” e poi più tardi, quando scopri la diagnosi, in qualche modo tutti quei pezzi si incastrano, diciamo com’era davvero durante la mia adolescenza.La depressione può colpire chiunque, senza distinzioni: ricchi, poveri, belli o brutti. Arriva all’improvviso, anche quando una vita sembra perfetta. Non esistono regole. Penso che capitino a tutti momenti del genere, ma se siamo circondati da un ambiente positivo e da persone affettuose, in qualche modo riusciamo a superarli. Al contrario, se ci si trova nel contesto sbagliato, il rischio è di sprofondare ancora di più. È capitato a molti e potrebbe succedere anche a me.

Il mio percorso: dallo sport alla consapevolezza psicologica

Per gran parte della mia vita, lo sport è stato il mio pilastro, il mio linguaggio e la mia difesa. Fin da piccolo ho praticato diverse discipline ad ottimo livello, e l’attività fisica è diventata il filtro attraverso cui elaboravo il mondo e affrontavo le avversità. Quando la vita si faceva complicata o dolorosa, reagivo nell’unico modo che conoscevo: mi rifugiavo nell’allenamento. Entravo in una modalità quasi meccanica, ripetitiva, focalizzata solo sullo sforzo fisico. In quel momento non ne ero consapevole, ma stavo usando la fatica per anestetizzare la mente e “risolvere” i miei problemi interiori.

Tuttavia, lo sport non può essere una soluzione terapeutica a lungo termine. Non si può semplicemente correre via dai propri fantasmi ogni volta che si sta male; l’attività fisica offre un sollievo temporaneo, ma non cancella le cause profonde del malessere. Per quelle, serve un aiuto professionale.

La svolta

E arrivata a vent’anni, grazie a una coincidenza cruciale: ho intrapreso gli studi in servizio sociale. Questo percorso accademico mi ha aperto gli occhi. È stato in quel contesto che ho sentito pronunciare per la prima volta, in modo scientifico e strutturato, parole come “depressione” e “ansia”, scoprendo le loro diverse forme e sfaccettature. Capire che non ero solo e che milioni di persone soffrivano delle mie stesse dinamiche mi ha spinto a chiedere aiuto per la prima volta. Quell’universo professionale mi ha talmente conquistato da trasformarsi nella mia stessa carriera lavorativa.

Il servizio sociale mi ha indirizzato sulla strada giusta, portandomi a iniziare un percorso con uno psicoterapeuta. Grazie alle sedute ho affrontato molti dei nodi irrisolti che mi portavo dentro, ottenendo benefici così concreti da permettermi, a un certo punto, di interrompere la terapia perché mi sentivo finalmente bene e autonomo.

Psicoterapia e rapporto con ambiente

Questo equilibrio è durato fino all’avvento della pandemia di coronavirus. L’isolamento, l’incertezza e lo stress globale hanno riaperto vecchie ferite, facendomi sprofondare nuovamente in una fase di forte malessere. Questa volta, però, la mia consapevolezza era diversa. Ho capito subito che i vecchi meccanismi di difesa non stavano funzionando e che la situazione stava prendendo una direzione pericolosa. Per questo motivo, con grande lucidità, ho deciso di fare un passo ulteriore e di rivolgermi per la prima volta a uno psichiatra, riconoscendo la necessità di un supporto ancora più specialistico per ritrovare la mia serenità.